mercoledì 29 aprile 2026

Milano: il 29 Aprile 1945 e la macelleria messicana tra simbolismo e presagio.



 

Milano, Piazzale Loreto:

La notte tra il 28 e il  29 Aprile 1945 in questo slargo al centro di Milano i cadaveri di Benito Mussolini, Clara Petacci e altri 18 tra esponenti, funzionari e gerarchi del Partito Nazionale Fascista furono scaricati sul selciato dinanzi un distributore di benzina ESSO, al limitare di Corso Buenos Aires, di fronte al grande magazzino UPIM.


La mattina del 29, domenica, alcuni tra questi cadaveri, dopo l'intervento dei pompieri che allontanarono la folla e con getti d'acqua lavarono i corpi dall'urina e dagli sputi, furono appesi a testa in giù e legati alla pensilina del distributore di benzina, forse per sottrarli a quanti continuavano a farne scempio con disumano accanimento, o forse per una macabra volontà di esporre come trofei i più rappresentativi fra quei cadaveri; ma sicuramente non fu un gesto di umana pietà.
Solo il corpo di Clara Petacci, per metà denudato, ebbe un gesto di riguardo ad opera delle donne presenti sul posto le quali protestarono dinanzi a una scena così lesiva ed indegna e procurarono delle spille da balia per tenere sù la gonna, essendole stata strappata tra l'altro anche la biancheria intima durante i giorni precedenti.


D'Aldronde la pietà era morta, come ebbe a sentenziare Giorgio Amendola, uno dei futuri Padri Costituenti, sulle pagine de "L'Unità" quella stessa mattina del 29 Aprile in un suo editoriale dal titolo appunto "Pietà l'è morta":


"La peste fascista deve essere annientata. Con risolutezza giacobina il coltello deve essere affondato nella piaga, tutto il marcio deve essere tagliato. Non è l'ora questa di abbandonarsi a indulgenze che sarebbero tradimento della causa..."




Romano, classe 1907, l'archetipo di uomo perfetto rapprentante della magia del Gattopardo, ovvero il trasformismo delle classi dirigenti. Capace con disinvoltura di passare da promotore nel marzo del 1944 dell'attentato terroristico in via Rasella a Roma, per poi, nell'ambito della guerra civile nel nord Italia, arrivare a legittimare i bagni di sangue e le esecuzioni sommarie dalle pagine de "L'Unità", e poi giungere a partecipare da deputato all'Assemblea Costituente, e tra il 1945 e il 1946 a ricoprire la carica di sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio sotto i governi Parri e De Gasperi, quindi deputato ed europarlamentare tra le fila del PCI dal 1948 fino alla sua morte, nel 1980.


In buona sostanza quindi, con le parole di Amendola e dei suoi la mattanza era sdoganata, il macello di Piazzale Loreto, o la contemporanea strage di Rovetta con la fucilazione a tradimento di 43 giovanissimi della RSI avvenuta nel bergamasco in quelle stesse tragiche ore, erano solo l'inizio di una scatenata resa dei conti; nei giorni seguenti e ancora in tutto il maggio del '45 le stragi, le vendette private, le esecuzioni sommarie e le rappresaglie con la benedizione dei nuovi dirigenti democratici si moltiplicarono fino a contare, secondo le stime degli storici, circa 40000 vittime civili eliminate a Fascismo già caduto e vinto "con risolutezza giacobina". 


I Partigiani combattenti vanno a tal proposito disgiunti da terroristi o assassini gratuiti e dai Partigiani dell'ultimo momento usciti fuori come dal giorno alla notte in quelle ore. E tra i combattenti vanno a loro volta distinti i cattolici e i monarchici o liberali da chi, ed era la maggioranza, intendeva dietro il vessillo della riconquista della libertà, subdolamente instaurare una dittatura comunista internazionale di stampo stalinista affiliata all'Unione Sovietica.
Ma non hanno prevalso.


Le immagini crude di Piazzale Loreto ferme nella Storia, sono arrivate quindi, attraverso i decenni, fino a noi. Sono fissate indelebili nell'immaginario collettivo della Nazione  Italiana, sono sui libri, e spesso sono immagini sbandierate a sproposito, come a voler minacciare qualcuno, o con perfidia vengono utilizzate da parte di una minoranza faziosa e disumana che ancora oggi dopo 81 anni, trova nel riproporre quello scempio becera soddisfazione e sadico compiacimento.






Lo stesso Ferruccio Parri, ex partigiano combattente durante la guerra civile e primo Presidente del Consiglio a capo del governo di unità nazionale insediatosi nel 21 giugno 1945, definì in seguito la scena come spettacolo degno di una macelleria messicana, di fatto dissociandosi.
Winston Churchill, il primo ministro Inglese, condannò gli eccessi di Milano giudicandoli politicamente ingenui e controproducenti. 
E ancora, Sandro Pertini
"Io il nemico lo combatto quando è vivo e non quando è morto. Lo combatto quando è in piedi e non quando giace per terra".


Si presentava agli Italiani e al mondo così dunque, con quell'immagine di una barbarie primitiva dei corpi offesi, ormai inermi, appesi all'incontrario e la folla attorno festante in una danza macabra, come in un rito tribale di lontane civiltà neolitiche, la nuova Italia libera e democratica che intendeva così chiudere il capitolo del repressivo e violento ventennio fascista e con quella nemesi senza palingenesi inaugurava la nuova fase contraddistinta dalla Pace e dalla Giustizia.
Si presentava con i cinque cadaveri esposti, oltraggiati e vilipesi di Benito Mussolini, Clara Petacci, Alessandro Pavolini, Nicola Bombacci e Achille Starace. Tutti questi, insieme agli altri che erano rimasti a giacere calpestati sul selciato, sommariamente passati per le armi di nascosto e senza giusto processo, senza resoconti nè documenti ufficiali tanto da non avere certezza storica sui reali decisori ed esecutori materiali delle "condanne a morte".


Secondo molti studi di storici revisionisti emersi a partire dagli anni '90, vi fu una regìa Britannica dietro l'esecuzione di Mussolini, in quanto il Duce era in possesso di carteggi e documenti riservati e delicatissimi, fondamentalmente in grado di compromettere il Primo Ministro Britannico Lord Winston Churchill e il governo Inglese in generale, coinvolto, secondo queste ricerche, in un ambiguo doppio gioco di accordi sotterranei con il governo Italiano sin dalle prime fasi dell'ingresso dell'Italia in guerra nel giugno 1940.
Il carteggio e i documenti che il Duce portava con sè non furono mai ritrovati.



In ogni caso un'analisi onesta di quel sanguinoso e confuso scenario di guerra non può non tener conto che il dittatore ed ex capo del governo Italiano difficilmente avrebbe potuto evitare la sua condanna a morte anche quando fosse stato processato da un Tribunale Internazionale, a causa delle sue responsabilità politiche e storiche agli occhi degli Alleati ormai vincitori del secondo conflitto mondiale. 
Ed è anche vero che se la decisione di giustiziarlo sul posto il giorno seguente alla sua cattura avvenuta la mattina del 27 aprile fu in quelle ore dibattuta e non ampiamente condivisa presso i vertici del CLN., secondo la lettura di alcuni storici tra cui Indro Montanelli, per certi versi fu resa necessaria dalla contingenza del momento.
Qui di seguito, un'intervista al grande giornalista e storico fiorentino con il ricordo di quei giorni drammatici e di quelle scene cui assistette personalmente:









Le formazioni partigiane di fatto erano formate da bande irregolari sparse sul territorio, operavano in clandestinità e in condizioni organizzative e logistiche difficili e sia le contrapposte formazioni della RSI che numerose colonne tedesche bene armate, seppur queste ultime sostanzialmente in ritirata dopo l'abbandono della Linea Gotica iniziato il 21 aprile, erano ancora presenti in tutta l'Italia settentrionale.
Nella giornata del 25 aprile, nel corso di una movimentata riunione in Arcivescovado a Milano, i capi del CLNAI avevano già respinto la possibilità di trattative con il Duce patrocinate dall'Arcivescovo Cardinale Ildefonso Schuster, e rifiutato la richiesta di Mussolini stesso di ottenere un salvacondotto per la Svizzera o di potersi consegnare agli Alleati così come era d'altronde previsto nelle clausole dell'Armistizio di Cassibile.






Qui di seguito, in una intervista rilasciata a Enzo Biagi, Sandro Pertini ormai Presidente della Repubblica Italiana, racconta quei momenti ed il suo incontro con il Duce all'Arcivescovado di Milano il pomeriggio del 25 aprile 1945:






Sotto invece l'ultima fotografia scattata a Mussolini nel momento della partenza dalla Prefettura di Milano la mattina del 26 aprile quando insieme a buona parte del governo della RSI lasciò Milano al seguito di una colonna delle Schutzstaffel (SS) della Wehrmacht agli ordini del Tenente Fritz Birzer visibile sulla sinistra.






L' autocolonna, che lungo il suo percorso verso nord si era frattanto unita ad un reparto tedesco di artiglieria contraerea in ritirata, venne individuata e fermata per mano della 52' Brigata Garibaldi "Luigi Clerici" sulle sponde occidentali del Lago di Como tra Musso e Dongo mentre si dirigeva presumibilmente verso il confine con la Svizzera; dopo un iniziale scontro a fuoco e diverse ore di trattative, i militari tedeschi decisero di abbandonare gli Italiani in cambio del libero transito.
Ciò che realmente avvenne in quei frangenti e in particolare su chi e come scoprì la presenza di Mussolini tra i soldati, e come avvenne di fatto la cattura non è stato mai esattamente chiarito, a causa delle molteplici versioni, spesso contraddittorie tra loro, divulgate negli anni dai vari Partigiani e dalla regia del Partito Comunista Italiano, impegnatisi probabilmente più nella creazione di una romantica mitopoiesi che nella divulgazione dei fatti reali. 
È certo pero, che già da pochi giorni dopo i fatti di Dongo, inizia una serie di sparizioni e di uccisioni tra i Partigiani che presero parte a quell'operazione, tra questi  Luigi Canali "Neri", sparito nel nulla il 7 maggio 1945, e Giuseppina Tuissi "Gianna", che aveva sorvegliato Clara Petacci durante i due giorni del sequestro. La ragazza, nativa di Abbiategrasso, fu buttata probabilmente nel lago il 23 giugno seguente, giorno del suo ventiduesimo compleanno. Entrambi i loro corpi non furono mai ritrovati e sul finire degli anni '50 gli imputati, ormai onorevoli parlamentari, furono prosciolti e il processo a Padova prima rinviato in seguito al suicidio di uno dei testimoni chiave, poi definitivamente archiviato per raggiunti termini di prescrizione.

[ Fonte: Atti Parlamentari della Camera dei Deputati, relazione per le autorizzazioni a procedere nei confronti del Deputato PCI Dante Gorreri.




Ma comunque siano andati i fatti, a quel punto la gestione di Mussolini come prigioniero politico sarebbe stata per i Partigiani assai rischiosa e militarmente complessa, per cui risulta per certi versi comprensibile come in quel contesto di guerra civile si sia optato per una sbrigativa esecuzione sommaria.
La maggior parte della storiografia concorda sul fatto che questa infine fu eseguita a Giulino di Mezzegra, frazione di Tremezzina in provincia di Como, presso i cancelli di Villa Belmonte lungo via XXIV maggio il pomeriggio del 28 aprile tra le ore 14.00 e le ore 16.00, e anche in questo caso non si conosce la dinamica esatta nè i reali esecutori materiali della condanna a morte.






Ma se si può in un certo modo spiegare e capire, pur senza giustificarla, l'esecuzione sommaria di Mussolini, risulta assai più arduo trovare valide spiegazioni, se non quella della sanguinosa vendetta o del gratuito assassinio, alla fucilazione di personaggi e gerarchi che sì ebbero cariche, ruoli e responsabilità, ma pur sempre di minor rilevanza rispetto al Duce, o addirittura nessuna responsabilità nè politica nè militare.
Tra questi sono da ricordare Nicola Bombacci per esempio, uno dei fondatori del Partito Comunista Italiano, poi avvicinatosi alla RSI, che mai si era macchiato di crimini, o Achille Starace, Segretario del PNF, o Paolo Zerbino, ministro dell' interno, Idreno Utimpergher, il federale di Lucca, e Fernando Mezzasoma, giornalista e Ministro della Cultura Popolare; Marcello Petacci, medico chirurgo fratello di Clara, che fu mitragliato in acqua mentre tentava di salvarsi a nuoto,e il cui corpo non è mai stato ritrovato.
E ancora il pluridecorato e Medaglia d'oro al valor militare Colonnello Francesco Barracu, reduce della 1' Guerra Mondiale; Tenente Carlo Borsani, anch'egli MOVM e cieco per ferita di guerra, quindi Presidente dell'associazione mutilati ed invalidi di guerra. Giustiziato in ginocchio con uno sparo alla nuca da una banda di Partigiani comunisti in Piazzale Susa, il suo corpo venne portato in trionfo su un carretto dell'immondizia, il suo portafogli e la sua medaglia d'oro non più ritrovati.
E il pluridecorato Capitano pilota della Regia Aeronautica Pietro Calistri.
Tutti loro, compresi gli eroi di guerra ad eccezione di Carlo Borsani ucciso la mattina seguente, furono assassinati per fucilazione alla schiena in segno di spregio come "traditori della Patria" sul lungolago di Dongo, il pomeriggio del 28 aprile, da un plotone di esecuzione comandato dal partigiano Alfredo Mordini  "Riccardo".







I gerarchi del Nazismo tedesco, macchiatisi di deportazioni di massa, di sterminio, e sovente di condotte estranee a qualsiasi codice di guerra, ebbero maggior rispetto dei combattenti Italiani e quantomeno furono giudicati in un processo pubblico da un Tribunale Militare Internazionale in quello che è passato alla storia come Processo di Norimberga.


Un discorso a parte vale invece per Clara Petacci, la cui figura e la cui vita verranno approfondite in un separato articolo a Lei dedicato.
Secondo le dichiarazioni rilasciate negli anni dai Partigiani e dai testimoni presenti, la donna rifiutò di allontanarsi di fronte agli uomini che stavano per sparare, andò con sprezzo incontro alla morte e scelse deliberatamente di rimanere accanto a Mussolini, frapponendosi con il suo stesso corpo nel momento della fucilazione tramite mitragliatrice. Cadde quindi insieme a lui con una scelta estrema di coerenza, dignità e coraggio. Aveva 33 anni. 
L'esposizione al pubblico ludibrio del suo cadavere a Piazzale Loreto senza la biancheria intima, oltre che lesiva della dignità della persona umana e del corpo femminile, lascia verosimilmente presupporre che durante i due giorni della detenzione sia stata sottoposta a violenze.


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Se il Fascismo come esperienza istituzionale e politica di fatto si era chiuso con la caduta del governo il 25 luglio 1943, quando Vittorio Emanuele III aveva revocato Mussolini da capo del governo, firmato i decreti che sciolsero il PNF, sciolto il Gran Consiglio, la Milizia e tutte le organizzazioni del regime e aveva poi avviato con il Governo Badoglio le trattative armistiziali, Piazzale Loreto ne segnava la fine simbolica e con funerea teatralità poneva l'inequivocabile sigillo della Storia su di esso e su quell'uomo chiamato Duce che ne era stato l'irripetibile personificazione.
La volontà politica dei dirigenti del CLN fu quindi quella di aprire una fase nuova, o nel provare ad aprirla, con dei presupposti però speculari al fascismo stesso cui si erano contrapposti, e quei presupposti a ben guardare sono già evidenti nel cerimoniale di Piazzale Loreto. 


Osservando inoltre con uno schietto senno di poi i risultati affiorati nel nostro presente tessuto sociale, noi che siamo i posteri di quella generazione, vediamo come nonostante la fine del Duce e del fascismo sia passata attraverso una così rituale rappresentazione simbolica e collettiva, il suo antagonista e contrario, per assurdo, sia ancora presente fra noi, ma stavolta in forma di parodia.
Esso oggi si incarna non più nei Partigiani combattenti ma nei suoi improbabili epigoni: gli antifascisti da divano, e occasionalmente un paio di volte l'anno da corteo; residuati forse non casuali della Storia.


L'odio di Piazzale Loreto in altri termini, attraverso la sua acme degli anni '70, giunge rancoroso e divisivo fino a noi Italiani del secondo millennio inoltrato e ancora ogni 25 aprile divide il riflesso di quelle due Italie di allora con un ottuso fossato ideologico che impedisce di rendere onore, dignità e memoria ai vinti, intesi come i fascisti e i repubblichini nel loro insieme, i quali hanno dato la vita, al pari dei Partigiani combattenti, per una loro idea di Italia e un loro legittimo ideale.


Chi si può fregiare con giusto orgoglio del titolo di antifascista è solo chi, durante il ventennio vi si è opposto, non ha collaborato, ha pagato con il carcere, con le persecuzioni, con l'esilio, e in alcuni casi con la vita la propria Resistenza. 


In queste parole che seguono di Marcello Veneziani quindi sono racchiusi i presupposti di una reale riappacificazione che non potrà mai esserci senza un reciproco riconoscimento e un reciproco rispetto tra le idee in un mondo attuale in cui i Partigiani e i Repubblichini sono ormai figure impensabili e irripetibili per le loro passioni politiche, i loro valori e la loro valenza di uomini:
"Non vanno dimenticati gli Italiani che restarono fascisti fino alla fine, combatterono, morirono senza macchiarsi di alcuna ferocia, pagarono di persona la loro lealtà, la loro fedeltà a un'idea, a uno Stato e ad una Nazione. Sia tra gli antifascisti che tra i fascisti vi furono patrioti e mazziniani che pensarono, credettero e combatterono nel nome della Patria.
L'antifascismo fu una pagina di dignità, fierezza e libertà fin quando il fascismo era imperante; ma non lo fu altrettanto l'antifascismo a babbo morto, cioè a fascismo sconfitto e concluso. Era coraggioso opporsi al regime fascista, non giurargli fedeltà, ma fu carognesco sputare sul suo cadavere e oltraggiarlo. E infame è farlo ancora oggi 74 anni dopo.
Distinguiamo perciò tra gli antifascisti che rifiutarono di aderire al regime pagandone le conseguenze, e gli antifascisti del 25 aprile da corteo postumo e permanente".
Marcello Veneziani, da un articolo su "La Verità" del 24 aprile 2019.


Oggi il 25 Aprile Italiano non è ancora una festa di unità nazionale nè per gli Italiani ma è una celebrazione di una parte contro un'altra, la quale seppur sepolta dalla Storia, viene continuamente riesumata a uso e consumo dell'altra, e mai questa parte contro ha avuto sinceri intenti riappacificatori. Viene anzi costantemente rinfocolata l'intolleranza e una contrapposizione manichea secondo banali generalizzazioni e rigide categorie bene-male. 
Chi non si professa antifascista diventa, secondo questo fallace sillogismo, automaticamente fascista, quindi nemico da schernire e mettere al bando e, nei casi di più sfrenata fantasia, soggetto che pensa e agisce al di fuori dei principi  costituzionali.
E tutto questo radicale fondamentalismo ideologico per ulteriore paradosso si è fatto spazio in quella parte di società civile nominalmente democratica e progressista, egualitaria, no-borders, inclusiva e global-accogliente. 






Piazzale Loreto in conclusione non è stato solo il luogo della bancarella di una ipotetica, esecrabile macelleria messicana per tanatofilici, ma fissa uno snodo, funge da antenna-ripetitore di onde divisive nel tempo, diventa e rimane costante paradigma carico di simbolismi.
Il simbolismo in fondo già da subito in quello stesso luogo era stato cercato quando, su ordine dei tedeschi il 10 agosto 1944, 15 Partigiani erano stati fucilati ed i loro corpi barbaramente esposti e lasciati a marcire per giorni come monito alla popolazione.
E a sua volta una ritorsione carica di simbolismi fu la decisione dei capi politici della Resistenza di andare a esporre il cadavere umiliato del Fascismo sconfitto ancora in quello stesso luogo otto mesi dopo in quella primavera 1945.


Chi quindi al CLNAI diede ordine di portare i resti mortali di Clara Petacci e dei gerarchi in quella stessa piazza la sera del 28 aprile 1945 intendeva certamente chiudere un cerchio, saldare i conti, consumare una vendetta e aprire formalmente un ciclo nuovo, ma questo "nuovo" nasceva assai somigliante al vecchio, ovvero già dal suo battesimo del sangue con un marchio di infamia che era intrinsicamente inconciliabile con i valori di una incipiente democrazia.


Su quello stesso solco iniziale infatti, per una sorta di ritorsione punitiva del destino, o di Dantesco supplizio del contrappasso per analogia, sarebbe poi andata avanti l'allora nascente Repubblica Italiana nei successivi 80 anni: uomini e donne dello Stato assassinati per la strada, stragi impunite, amnistie, esecuzioni sommarie, la giustizia ingiusta dei tutti assolti dopo decennali processi farseschi, gli abusi, le prevaricazioni, le coperture di comodo, le menzogne dai più alti vertici dello Stato, la violenza di fatto legalizzata.






E allora, sotto questa luce postera, Piazzale Loreto è contemporaneamente l'evento spartiacque del nostro novecento e il primo atto di esordio della nuova Italia liberata del dopoguerra.
Se da un lato quell'immagine reale e simbolica insieme dei corpi appesi alla pensilina segna cioè la sepoltura di un'epoca politica e storica, allo stesso tempo rappresenta l'inaugurazione e l'epitome della Repubblica, dove tutto il suo futuro destino in fondo era già racchiuso in nuce.
Nel luogo esatto dove nel 1945 c'era il distributore di benzina teatro della nostra macelleria messicana, oggi nel 2026 c'è il MacDonald Piazzale Loreto.


Piero Restivo 



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Allegati:

•Dal Portale storico della Presidenza della Repubblica:
Un minuto di storia, di Gianni Bisiach del 26 aprile 2010



•La Battaglia di Lombardia, di Gianni Bisiach: Sandro Pertini e Monsignor Bicchierai raccontano l'incontro all'Arcivescovado tra i vertici del CLN ed il Cardinale Schuster




•Intervista del febbraio 2012 al partigiano Osvaldo Gobbetti, nativo di Dongo e testimone oculare della fucilazione dei gerarchi sul lungolago.




giovedì 12 marzo 2026

Da Cassibile a Niscemi - La parabola di un falso mito.



Il 3 settembre 1943 in una piccola frazione a sud di Siracusa, il Generale Giuseppe Castellano firmava davanti al Generale   Dwight Eisenhover e per conto del Regno d'Italia la resa incondizionata che poneva fine alla seconda guerra mondiale tra l'Italia e le potenze alleate. È ciò che è passato alla storia come l'Armistizio di Cassibile



Nel marzo 2026, Niscemi, piccolo comune a 130 km a ovest di Cassibile in provincia di Caltanissetta, diventa a tutti gli effetti e per la prima volta nella coscienza collettiva dell'opinione pubblica Italiana, un obiettivo militare. 



Nel mezzo ottantre anni di storia, ma i due eventi su menzionati sono in stretta connessione, il secondo potremmo dire una inevitabile e diretta conseguenza del primo, poiché il piccolo comune siciliano è una delle circa 120 località in Italia ad avere nel proprio territorio una base militare Americana, forse fra tutte la più strategicamente importante. 

Nel contesto di quella che appare sempre più come una terza guerra mondiale, seppur non dichiarata secondo i canoni novecenteschi, si è aperto infatti un nuovo fronte in Iran con l'inizio di pesanti operazioni militari sul territorio di quello che fu l'impero Persiano da parte di Israele e Stati Uniti tramite una operazione di aggressione congiunta delle due forze armate. 

La legittima reazione dell'esercito della Repubblica Islamica si è manifestata con attacchi missilistici e con bombardamenti tramite droni sui paesi confinanti del Golfo Persico, i quali sebbene formalmente non coinvolti nelle operazioni militari, ospitano loro malgrado sul proprio territorio installazioni e basi militari Americane. È così che stati come il Barhein, il Kuwait, l'Oman, il Qatar, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono inaspettatamente diventati tutti obiettivi sensibili e hanno subìto negli scorsi giorni ingenti danni alle loro infrastrutture con inestimabili perdite economiche, perdendo di fatto la loro reputazione di "porto franco". Laddove quindi lo sfarzo, gli affari milionari legati al petrolio o al gas naturale, e la bella vita in vere e proprie città-stato ingegnerizzate ma senz'anima, come Dubai, Doha, Riyadh e Abu Dhabi fino a ieri rappresentavano il principale motore economico e il polo d'attrazione per lavoratori in fuga dall'Europa, turisti del lusso, espatriati e faccendieri, uomini d'affari e società miliardarie oggi si preparano le valigie. 

È la fine di un paradigma, è il fallimento di un modello di ingegneria sociale, è la dimostrazione che non può esistere un'isola felice medio-orientale che possa essere avulsa dal contesto critico e instabile che la circonda, è il mondo che cambia sotto i nostri occhi, con relazioni ed equilibri geopolitici tutti da riscrivere per quanto riguarda le monarchie Arabe del Golfo Persico e le loro cattedrali nel deserto. 




Contestualmente, una recente riflessione di Lucio Caracciolo, il nostro più autorevole e lucido esperto di geopolitica, (che qui di seguito riportiamo), con poche semplici parole segna la fine di una fase storica lunga più di otto decenni e allo stesso tempo sancisce la fine di un mito: quello degli Americani buoni che ci hanno liberato dal nazifascismo e  ci proteggono.



Una favola. Eppure inspiegabilmente diffusa con l'irrazionalità tipica di un approccio fideistico applicato alla storia, che invece si basa sull'analisi dei fatti. E quanto è stato comodo nascondersi dietro questa pia illusione per la maggior parte dei nostri governi Repubblicani. Oggi, anche per i più ingenui, davanti ai bombardamenti delle basi americane cadono finalmente le maschere e si scopre che avere installazioni militari straniere nel proprio territorio non significa avere protezione ma essere bersaglio. Certo un cambio di prospettiva e un traumatico risveglio per i fedeli all'americanismo, quando per costoro c'è voluto quasi un secolo per inquadrare l'Italia come una colonia occupata e provincia dell'Impero dal giorno stesso della firma dell'armistizio di Cassibile, non per niente ancora oggi secretato. La presa di coscienza della realtà, come sempre accade, è dolorosa e amara: i bombardamenti, oggi Iraniani e domani chissà di chi, possono benissimo arrivare anche sul suolo Italiano.


         Mappa delle circa 120 basi militari                          NATO/Americane in Italia  


Non era stato sufficiente per uscire dal lungo sonno il crollo del muro di Berlino nel 1989, con la conseguente dissoluzione dell' Unione Sovietica e del Patto di Varsavia ; e nonostante questo ancora constatare l'esistere e il persistere della NATO, pur venendo meno a quel punto il suo scopo stesso di "alleanza difensiva" contro il comunismo.

E nemmeno era stato sufficiente, per la nostra dormiente opinione pubblica, l'illegittimo bombardamento di Belgrado del 1999 sempre da parte della NATO (con utilizzo delle basi italiane), senza alcun mandato ONU, e con una servile e vergognosa partecipazione anche dell' Aeronautica Militare Italiana sotto il governo di D'Alema/ Mattarella senza autorizzazione del parlamento italiano. Evento spartiacque, quest'ultimo, che ha rappresentato un punto di non ritorno nell'era post seconda guerra mondiale a riguardo del mancato rispetto del tanto declamato diritto internazionale, e che vede nell'aggressione all'Iran solo l'ultimo anello di una nefasta catena proprio iniziata nella ex Jugoslavia a fine anni '90 e poi proseguita con Iraq, Somalia, Afghanistan, Siria, Libia, Venezuela. 

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Che cosa è il MUOS.

Acronimo di Mobile User Objective System, il MUOS è un sistema integrato di telecomunicazioni satellitari in uso alla Marina Militare Statunitense che si compone di quattro terminali terrestri sparsi in punti strategici in giro per il mondo,e di quattro satelliti attivi più uno di riserva. I quattro terminali si trovano uno a Norfolk in Virginia, un altro è posizionato  alle isole Hawaii, un terzo sulla costa sud-occidentale Australiana a circa 30 km ad est di Geraldton ed il quarto abbiamo appunto il privilegio di averlo in Italia, a Niscemi.



Il terminale Niscemese a sua volta comprende tre antenne paraboliche dal diametro di 18,4 mt, due trasmettitori elicoidali di 149 mt di altezza e ben 41 antenne a onde lunghe e corte; esso si trova all'interno di una base militare Americana indicata come NRTF, Naval Radio Transmitter Facility presente sul territorio già a partire da inizio anni '90.

Secondo i piani operativi del Pentagono le onde elettromagnetiche emesse dalla stazione militare di  Niscemi processano le comunicazioni radio tra circa 18000 terminali militari terrestri compresi i gruppi operativi in combattimento, e poi tra aerei, sottomarini, centri di comando e controllo sul terreno, centri logistici,  difese antiaeree missilistiche e satelliti, cooperando continuamente in un continuo scambio dati con gli altri tre terminali terrestri MUOS a formare quel complesso sistema di processamento, comunicazione e gestione integrata della rete operativa globale di telecomunicazioni tra forze terrestri, aeree, marine e sottomarine delle forze armate USA nel loro insieme. Una infrastruttura militare nevralgica quindi che, sebbene formalmente su territorio Italiano, è ad esclusivo utilizzo dei militari Statunitensi, come da accordo tecnico  siglato a Roma il 06/04/2006 tra il Ministero della Difesa e la US Navy; erano gli ultimi giorni del III governo Berlusconi. Per inciso ricordo che i cosiddetti accordi semplificati che passano appunto come accordi di natura tecnico-amministrativa sfuggono, come accadde anche in questo caso,  al dibattito e al controllo del parlamento. 

L'infrastruttura militare a disposizione di Washington sorge in un'area di macchia Mediterranea, un terreno agricolo e boschivo esteso per 1.600.000 mq in contrada Ulmo, comune di Niscemi, provincia di Caltanissetta. Ma il posizionamento del MUOS a Niscemi è stato un ripiego preso in itinere, quando cioè ad un certa fase dello sviluppo si è accertato, da parte di studi effettuati dalla stessa Marina Militare USA, che le emissioni elettromagnetiche avrebbero causato interferenze sulle strumentazioni di bordo e quindi sui sistemi d'armi elettronici ad alto potenziale esplosivo degli aerei militari di stanza a Sigonella, dove era inizialmente prevista l'istallazione.

Tali risultanze hanno giustamente messo in allarme le autorità locali del comune Nisseno, le quali a loro volta hanno commissionato un'analisi dei rischi relativi alla presenza del MUOS sul loro territorio, già fragile ed esposto a frane e smottamenti, al Politecnico di Torino. Il rapporto presentato il 04/11/2011 a firma dei Professori M.Zucchetti e M.Coraddu ha evidenziato senza ombra di dubbio l'insostenibilità ambientale dell'impianto americano e le "gravi carenze" degli studi sbrigativi effettuati dalla marina USA. I ricercatori dell'Ateneo Torinese solo su di un dato hanno concordato con gli studi di fattibilità americani, ovvero sugli effetti delle onde elettromagnetiche nei confronti del traffico aereo, non militare in questo caso, ma civile. Nel raggio di appena 70 km dalla stazione di Niscemi si trovano infatti due scali civili: Comiso a 19 km e Catania Fontanarossa a 67 km. Lo scalo militare di Sigonella si trova comunque anch'esso a soli 52 km.

Queste gravi incongruenze hanno creato un'ondata di indignazione e di proteste tra le popolazioni locali interessate ed è nato il cosiddetto  Movimento No Muos  il quale si è sempre distinto (al contrario dei No-TAV) per il carattere pacifico e per questo largamente condiviso delle proprie iniziative di dissenso e opposizione. 


  
Un annuncio del Movimento NoMuos per
una manifestazione di protesta indetta per il 28 marzo 2026 a Niscemi.


Le opere di sbancamento per la messa a dimora delle tre mega-antenne avrebbero interessato un'area protetta di 2509 mq ricadenti nella Riserva Naturale di Sughereta contraddistinta dalla presenza di querceti tipici della zona Mediterranea; dopo il nulla osta del governo dell'epoca (al giugno 2006 era a questo punto in carica il governo Prodi), e del Ministero della difesa, mancava il via libera della Regione Sicilia, che durante la presidenza di Rosario Crocetta era riuscita temporaneamente a bloccare i lavori; qui un articolo di parecchi anni fa che riporta la notizia.

I lavori di realizzazione dell'infrastruttura militare di Niscemi, così come voluto a Washington, si sono infine immancabilmente eseguiti tra il 2011 e il 2014; forse troppi gli interessi per un'opera dall'alto valore strategico che, secondo le stime del congresso americano, ha sfiorato i sette miliardi di dollari. E sicuramente fuori portata la sola opposizione degli enti locali comunali e regionali siciliani in confronto a quelle mega-aziende interessate alla costruzione del MUOS come Lockheed Martin, Boeing Defense, o General Dynamics facenti parte del cosiddetto comparto militare-industriale statunitense il quale è capace di dettare l'agenda geopolitica della casa bianca, così come proprio quel Generale Eisenhover che aveva controfirmato l'Armistizio di Cassibile e ormai divenuto Presidente, ebbe a denunciare nel suo celebre discorso di commiato nel 1961.




Rimane l'amara consolazione che l'amministrazione militare USA ha voluto concedere data la vulnerabilità del territorio e nel rispetto dell'area naturale "protetta" di Sughereta: le antenne paraboliche sono state colorate di azzurro-cielo.


 Piero Restivo 

sabato 28 febbraio 2026

L'INTOLLERANZA DEI TOLLERANTI, LA CODARDIA DEI CORAGGIOSI

Questo articolo viene redatto sulla base del servizio giornalistico andato in onda sull'emittente Sestarete TV il 27 febbraio 2026. La fonte, in base alle ricerche effettuate, è ritenuta certa e attendibile. Di seguito il link:

 https://www.facebook.com/share/v/1B7Privnuw/ 



Il Liceo Scientifico Statale Galileo Galilei di Catania, fondato nel 1972, è senza dubbio una delle scuole più prestigiose della mia città, che può vantare tra i suoi ex allievi perfino l'astronauta catanese Luca Parmitano. "Formiamo menti curiose, costruiamo futuri brillanti" d'altronde recita il motto riportato nel sito web ufficiale. 

Eppure, proprio questo istituto scolastico, per antonomasia quindi luogo di cultura e formazione, pare annoverare tra le fila dei suoi docenti una insegnante di Storia che paradossalmente si affanna per nascondere la Storia (volutamente scritta con la S maiuscola), proprio alle menti più curiose tra i suoi stessi studenti. Quando si dice eterogenesi dei fini...

L'imbarazzante episodio è accaduto il 27 febbraio del 2026, quando a due classi di studenti e' stato impedito "con tono abbastanza aggressivo", di partecipare ad un dibattito in aula magna, intitolato "Foibe ed esodo, la Consulta ricorda", incentrato appunto sulla commemorazione delle vittime delle Foibe ad opera dei comunisti Titini, e al conseguente esodo forzato di 350000 Italiani, secondo le stime ufficiali. 

A raccontarlo, con il limpido coraggio tipico della sua giovane età, è lo studente Dario Cacia Stuto in una intervista rilasciata al canale SESTARETE TV. Il ragazzo, nel suo ruolo di Presidente della Commissione Cultura della Consulta  Provinciale degli studenti ha organizzato l'incontro che si è svolto con la collaborazione del Senatore Roberto Menia e della Professoressa Viviana Dalmas, entrambi figli di esuli Istriano-Dalmati, per cui ampiamente titolati a partecipare a un dibattito sull'argomento e a fornire testimonianze di prima mano. Presente all'incontro anche il Senatore ed ex Sindaco di Catania Salvo Pogliese, lo stesso Preside dell'Istituto professore Rapisarda, e la Presidente della Consulta Provinciale degli Studenti di Catania Lucrezia Redigolo.

Un incontro che nelle stesse dichiarazioni dello studente organizzatore aveva l'unico scopo di far conoscere la realtà del fenomeno Foibe in maniera oggettiva e con un approccio scevro da ideologie e strumentalizzazioni, presentando i fatti per come si sono verificati in quei tristi frangenti della storia Italiana, e con dei relatori capaci di offrire anche delle preziose esperienze del proprio vissuto familiare. Incontro quindi focalizzato sul ricordo delle vittime e sulla condivisione dell'evento come momento nella Storia, senza voler forzatamente andare a cercare facili giustificazioni all'eccidio dei nostri connazionali infoibati in cause o eventi precedenti secondo la logica tanto infantile quanto diffusa nel mondo degli adulti dell'occhio per occhio.




Proprio questo approccio contestualizzato ed onesto deve aver dato molto fastidio a docenti abituati a fare di una cattedra della scuola pubblica il loro personale pulpito predicatorio, ed evidentemente ideologizzati tanto da  utilizzare maldestramente il loro ruolo per distorcere, negare o manipolare la realtà fattuale ad esclusivo nocumento degli studenti e della loro formazione di donne, uomini e cittadini consapevoli.



                 I Promessi Sposi, Cap. XXXIV. 


Come la forsennata cittadina di Milano durante la rivolta del pane ha indicato alla folla Renzo Tramaglino fermo al portone, accusandolo di essere il pericoloso untore, così chi  scrive si immagina la professoressa che dà l'allarme per l'invasione dei fascisti nel "suo" Liceo. Fenomeno già visto N volte in tempi recenti, e non solo in Italia, ma che già grandi osservatori del secolo scorso come Leonardo Sciascia o Pierpaolo Pasolini hanno definito come il fascismo degli antifascisti, o, parafrasando, l'intolleranza dei tolleranti. 

Nello stesso substrato di odio fratricida e di radicalizzazione estrema si pone anche quanto accaduto oltr'Alpe, nella città di Lione, proprio pochi giorni fa con il pestaggio e l'uccisione a calci in faccia del giovane ventitreenne Quentin Deranque durante una manifestazione cittadina. Qui di seguito, per chi volesse, un'analisi acuta ed approfondita del fatto specifico e un attento sguardo d'insieme sui nostri tempi ad opera del giornalista triestino Fausto Biloslavo in una intervista rilasciata al canale YouTube IGNIS TV.

https://www.youtube.com/live/Kk5ifQa_v9M?si=mIEihg7PVAJpAMiY

Non occorre specificare che anche nel caso francese il giovane Quentin è stato bollato come "neofascista" come a volerne giustificare la vile aggressione da parte di gruppi autonominatisi "antifa" e talmente antifascisti dal finire con l'assomigliare per paradosso a chi essi stessi vorrebbero combattere, o per dirla con Eraclito di Efeso, in perfetta linea con il principio dell'unità degli opposti.




Laddove purtroppo hanno luogo queste banali etichettature, questi stucchevoli pregiudizi, queste ipocrite scorciatoie del  perbenismo pseudointellettuale, e si antepone, tornando alla conferenza del Liceo Galilei, la propria pur legittima militanza politica all'interesse verso la corretta formazione dei giovani affinché essi stessi possano sviluppare le loro analisi, come si può vedere anche in questo caso, affrontare una discussione anche sul semplice piano commemorativo diventa impossibile. E dalle informazioni raccolte da chi scrive, risulta che a nulla sono valsi i tentativi della Presidente Lucrezia Redigolo, insieme agli altri rappresentanti della Consulta Provinciale degli Studenti, di calmare i toni dopo l'intervallo, al fine di poter riprendere con compostezza la conferenza, consentire il rientro in aula dei ragazzi allontanati dalla docente, e mettere quindi da parte patetici isterismi.

Una analisi invece accorta ed equilibrata dovrebbe far menzione del fatto  che in quelle fasi convulse della Storia lo scontro tra ideologie contrapposte che in quel contesto avevano forse un senso e un aggancio politico, finì col travalicare gli stessi schieramenti fino a creare divisione e odio perfino al loro interno. Dentro le profonde fessure tipiche dell' Altopiano del Carso furono infatti gettati vivi e legati fra loro italiani civili e perfino partigiani. Senza addentrarmi in resoconti storici, del resto facilmente riscontrabili, ricordo solo che dai comunisti Titini Sloveni e dai loro complici della Brigata Garibaldi furono uccisi a tradimento anche i partigiani sia laici che cattolici della Brigata Osoppo, colpevoli di voler difendere i confini italiani minacciati dal IX korpus di Tito, (Eccidio di Porzus) tra cui Guido Pasolini, fratello di Pierpaolo. 





Come anche non si può non far menzione del fatto che la punizione delle Foibe ebbe due fasi distinte. Se la prima fase ebbe luogo nei giorni immediatamente successivi all'8 settembre 1943, la seconda fase ebbe addirittura luogo a guerra conclusa e ad armi deposte, quindi dopo il 25 aprile 1945.
Dal 1992, la Foiba di Basovizza nei dintorni di Trieste non a caso è dichiarata luogo sacro alla memoria e Monumento Nazionale. Nel fondo di questo ex pozzo minerario riposano ancora oggi i resti di civili e militari italiani sommariamente  passati per le armi dall'esercito Jugoslavo fino al giugno 1945.

Eppure, con tutto ciò assodato, e con perfino una risoluzione emanata dal Parlamento UE il 19/09/2019 che ha equiparato e messo sullo stesso piano il nazifascismo e il comunismo come genesi e origine di regimi totalitari entrambi allo stesso modo forieri di sventure, un riverbero malsano di quell'odio divisivo tra Italiani giunge a zaffate intermittenti fino ai nostri giorni e fino alle nostre latitudini meridionali, proprio a causa di chi quell'odio rabbioso intende rilanciarlo a oltranza anche sulle nuove generazioni. Ma non è questo il ruolo di un insegnante.

Per chi volesse approfondire liberamente l'argomento relativo alle Foibe sono innumerevoli le fonti autorevoli, e qui di seguito riporto due recenti e ottimi approfondimenti del Professor Marco Cimmino, tratti entrambi dal canale YouTube L'Universale

https://www.youtube.com/live/1InqMDlBw_g?si=9b1_G34tWaWUPVXa


https://www.youtube.com/live/baidTSsB_YA?si=UQQv3vqy3bORjPZX


Gli esuli Istriano-Dalmati in Sicilia:

E' utile anche ricordare a chi ha scarsa memoria che a Termini Imerese, a Siracusa e a Catania trovarono accoglienza  alcune  centinaia di donne e uomini che negli anni appena successivi alla slavizzazione forzata delle terre Italiane del confine nord-orientale furono costrette all'esilio, specialmente dopo l'attentato terroristico sulla spiaggia di Vergarolla del 18 agosto 1946.

Proprio in provincia di Catania, precisamente a Pedara, si stabilirono infatti numerose famiglie di esuli partiti dalle loro case confiscate con, è bene ricordarlo, solo qualche valigia al seguito. Sulla facciata laterale della Basilica di Pedara dedicata a Santa Caterina d'Alessandria è presente una targa in marmo che commemora questo evento e certifica l'accoglienza della comunità catanese e del paese pedemontano di Pedara in modo particolare, nei confronti di questi nostri calpestati concittadini Italiani. 




Chissa' se la nostra docente è a conoscenza che proprio a pochi chilometri da casa sua dei Siciliani degni di questo nome hanno scelto di essere giusti e umani verso altri Italiani sradicati a forza dalla loro terra. Di certo si fa torto non solo agli esuli, ma anche a chi  accolse loro fraternamente, quando si vorrebbe negare ancora oggi, anacronisticamente, il diritto alla memoria. 





Ma non c'è solo il tradimento dell'Italianità e della tradizionale ospitalità Siciliana nel comportamento oscurantista della docente. E ancora, non solo il tradimento del proprio ruolo educativo nei confronti dei propri studenti, e non solo il tradimento deontologico della propria disciplina di insegnamento.

Sullo sfondo, si nota anche qualcosa di paradossale e beffardo. Per una curiosa  ironia della sorte  tutto ciò infatti accade in una scuola il cui motto è: "Formiamo menti curiose", e che è intitolata proprio a quel Galileo Galilei che fu inquisito dall'arroganza del potere dell'epoca sua con la ben nota ammonizione ecclesiastica di Bellarmino, Cardinale inquisitore, affinché si proibisse la diffusione della teoria Copernicana dell'eliocentrismo. D'altronde la verità fa sempre paura, allora come oggi.

Ebbene questa docente, rimasta vigliaccamente nascosta nell'ombra, coperta perfino dai suoi dirigenti scolastici, la potremmo benissimo chiamare novella Bellarmina. Essa si pone sulla stessa errata scia di odio ingiustificato, e appare come una supponente inquisitrice del 2026 che mette al centro se stessa e le sue negazioni, e punta l'indice verso quello studente dalla mente curiosa che invece vorrebbe mostrare la corretta posizione degli eventi storici per dire che non l'ideologia deve stare al centro della ricerca, ma i fatti e, in questo caso, le vittime che infoibate negli antri della terra, ci indicano inequivocabilmente ancora oggi la centralità e la chiarezza del reale come a Galileo l'osservazione empirica dei moti astrali indicò la centralità del Sole.

La Storia, Magistra con sempre meno scolari al seguito perfino tra i suoi stessi presunti discepoli,  già nel 1616 ci indicava con la stessa beffarda ironia come il Cardinale Bellarmino e Galileo alla fine erano entrambi credenti e Cristiani, così come la docente e il discente di questo assurdo episodio, alla fine, sono entrambi italiani. 



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Questi i riferimenti e i contatti del Liceo Scientifico Statale Galileo Galilei per chi volesse indirizzare email di protesta o chiedere chiarimenti:

Il Liceo ha sede in via Vescovo Maurizio 73 / 76, 95126 Catania. 

Preside: Professore Emanuele Rapisarda

Vicepreside: Professore Giuseppe Ferlito 

Dirigente: Professoressa Maria Alessandra Vitanza. 

Telefono 095 6136645

Email: ctps040009@istruzione.it 

Pec: ctps040009@.pec.istruzione.it codice 

80010300871.


Post Scriptum:

Il sottoscritto, in qualità di creatore e autore unico di questo Blog dedicato ai giovani e alla loro formazione, invita  (come già fatto personalmente via telefono ma senza alcun risultato), il vicepreside prof. Giuseppe Ferlito o il preside dell'Istituto Galilei prof. Emanuele Rapisarda, a fornire la loro versione dei fatti e a chiarire questo increscioso incidente che rischia di gettare discredito sull'intero Liceo Galilei e sulle loro stesse persone, e che riguarda tutta la società civile catanese.


Piero Restivo 






martedì 3 febbraio 2026

ASKATASUNA TRE GIORNI DOPO, L'ALIBI È CADUTO.



3 Febbraio 2026.


Il documento ufficiale rilasciato quest'oggi da InfoAut, organo ufficiale del mondo cosiddetto antagonista, cui il centro sociale Askatasuna appartiene, chiude definitivamente la questione su possibili regie occulte dietro i violenti scontri di Corso Regina Margherita a Torino del 31 gennaio scorso. 

Una dichiarazione orgogliosa e trionfalistica che, per quanto a tratti delirante, risulta perfino apprezzabile per coerenza e ci indica la luna, il dito e anche la mano nascosta sullo sfondo.

Vi si rivendica in sintesi la proprietà intellettuale, politica e materiale della manifestazione in toto così per come essa si è svolta, devastazione e guerriglia comprese: " Al termine della manifestazione una parte del corteo ha deciso di proseguire in Corso Regio Parco e un'altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa...".

Bene, chiarito quindi il punto che gli scontri sono stati cercati e voluti dagli organizzatori stessi del corteo per loro stessa pacifica ammissione, vediamo qui alcuni punti del contorno di questa vicenda.

L'aspetto che più di ogni altro ha attirato l'attenzione di chi scrive è il seguente: in tutte dicasi tutte le pagine social afferenti all'area progressista la voce che si è levata in questi tre giorni è stata praticamente unica: le violenze sono state opera di infiltrati agitatori professionisti a libro paga dei fascisti, senza se e senza ma.

Traspare dietro le paure di costoro il paradigma del metodo Cossiga ( o Kossiga come preferiscono scrivere ), rivisitato nel 2026, e che servirebbe alla Meloni per giustificare poi uno spostamento a destra dell'asse di governo, un giro di vite, una svolta autoritaria e repressiva.

(Suscita sempre la mia ilarità il fatto che della svolta autoritaria e repressiva, nonché in violazione dei principi stessi della Costituzione avvenuta durante i governi Conte II e Draghi tra il 2020 e il 2022 queste sentinelle della libertà e dei diritti sembrano non essersene accorti).

Insomma, si tratta dei fatti e dei traumi mai superati degli anni di piombo e passanti per Genova. Traumi di tutti noi, sia chiaro, ma che in questo caso, hanno favorito una lettura degli eventi apparsa da subito pretestuosa e fuori contesto. Proverò a spiegare perché.

Innanzitutto le tempistiche: il centro sociale in questione è stato sgomberato dalla DIGOS Torinese il 18 dicembre 2025 dopo quasi trent'anni di occupazione abusiva.

Era assai prevedibile quindi una reazione rabbiosa a stretto giro da parte degli stessi militanti antagonisti che avevano subito questo smacco; rabbia rivolta in maniera molto banale "ai distruttori in divisa" e che senza mezzi termini viene esplicitata nel suddetto comunicato. 

In secondo luogo le immagini degli scontri con la polizia che tutti abbiamo visionato: corporature esili, minute, chiaramente adolescenziali o poco più, quelle degli incappucciati. Il loro abbigliamento quasi identico: Jeans, felpa nera col cappuccio e zainetto. Le mani piccole e chiare, la postura da studenti usciti di scuola mezz'ora prima.



In sintesi tutto il contrario di cio' che è o che può essere il profilo di un sabotatore, un agitatore professionista esperto, militarmente addestrato alla guerriglia urbana e inviato dai "servizi" a seminare il caos.

Il parallelismo con Genova 2001 risultava quindi da subito, con questi presupposti, quantomeno azzardato.

L'arresto nelle ore successive del giovane Angelo Simionato, ventiduenne della provincia grossetana partecipe insieme ad altri del pestaggio vigliacco al poliziotto Alessandro Calista, non fa che confermare una banale evidenza: non infiltrati agitatori a libro paga ma sprovveduti ragazzini di primo pelo dei centri sociali provenienti da altre regioni, (probabilmente chiamati a raccolta dai capi di Askatasuna perché non riconoscibili e non noti alla DIGOS piemontese), al fine di vendicare la fresca ferita della chiusura del loro centro ad opera della Polizia di Stato.



Infine, oggi, arriva il comunicato ufficiale di InfoAut (vi invito a leggerlo), che chiude la questione e zittisce senza tema di smentita coloro i quali  hanno cercato di spostare l'attenzione dalle proprie responsabilità o per meglio dire da loro stessi.

Lo ha ben spiegato nel suo recentissimo intervento all'apertura dell'anno giudiziario la Procuratrice Generale di Torino, Lucia Musti:  

" C'È UN'AREA GRIGIA DELLA BORGHESIA COLTA CHE GIUSTIFICA I VIOLENTI ".

In un attimo il sipario dell'ipocrisia perbenista e' stato strappato. Con queste poche parole la Procuratrice dichiara apertamente ciò che tutti sapevamo, ovvero che c'è in Italia una élite presunta intellettuale che agisce e opera in tutti i settori della società ma nella classe docente soprattutto, e che approva, che avalla, che fomenta e propaga  una ideologia dogmatica, radicale, aggressiva e intransigente, la quale unita alla inevitabile rabbia sociale di un'Italia sempre più povera e disperata, diventa fertile substrato perché nasca e si amplifichi il fenomeno della violenza nelle strade.

I destinatari di questi messaggi fuorvianti sono ovviamente e ancora una volta la parte più delicata e pura della società: i giovani in formazione.

Quanti tra essi si sono già avvicinati alla realtà dei centri sociali ne diventano facilmente attivisti militanti e inevitabilmente finiscono per essere utilizzati e manipolati con un tipico sistema di leva lunga (quello stesso utilizzato da chi stava dietro i docenti del Girton College di Cambridge con Giulio Regeni per intenderci). Infine il resto lo abbiamo visto: incappucciati con ambizioni da guerriglieri globalisti, saranno gli utili idioti del sistema favorendo di fatto quell'eterno litigio tra i capponi di Renzo che consente a chi veramente muove le fila dietro le quinte della nostra storia di continuare ad agire indisturbato.

La stessa élite colta ossessionata dal fascismo, che con sindacalisti, intellettuali e politici ha sicuramente preso parte alla manifestazione, e che poi il giorno dopo ha pateticamente puntato il dito indice su fantomatici infiltrati agitatori a libro paga dei loro avversari politici, fa parte infine essa stessa della scena e della recita, non assume le proprie responsabilità morali in questo processo a circolo chiuso e non sa, non vede o fa finta di non vedere che il nemico è altrove.


Piero Restivo

Comunicato ufficiale InfoAut:

https://share.google/hydDWdrBzwzqjPSHc

sabato 26 aprile 2025

IL 25 APRILE VISTO DAL GIORNO DOPO, TRA DISSONANZE COGNITIVE E ANTIFASCISMO COMODO




Il 25 aprile visto dal 26 aprile appare, grazie a questa lieve retrospettiva, con una visuale più distaccata e nitida, e le 24 ore di tempo intercorso prima di scrivere questo articolo sono state impiegate per meglio leggere e osservare quanto è stato pubblicato, discusso, diffuso e condiviso su questa ricorrenza che, nel 2025, cade a ottant'anni dalla Liberazione dal nazionalsocialismo e dal fascismo e contestualmente dall'inizio dell'influenza Americana/NATO sulla politica della nostra Nazione.

Tante cose giustissime, commenti approfonditi, analisi di valore e nobili idee, qualche fotografia suggestiva, l'esortazione a essere uomini e il monito a mai distrarsi; il tutto finalizzato alla preservazione della memoria e alla commemorazione. Memoria che va sempre tenuta viva, difesa e riproposta a beneficio dei più giovani affinché quello che è accaduto non accada mai più e si passi la consegna alle nuove generazioni di cosa voglia dire essere un antifascista, ovvero testimoniare e lottare per la democrazia e la Libertà, e parimenti proteggere e difendere questo prezioso lascito conquistato col sangue dei nostri Nonni. Tutto molto bello.

Solo una domanda rimane inevasa dopo tanta retorica tratta dal vangelo secondo l'antifascista:

Dove eravate?

La mia generazione di inizio anni '70 è stata tirata sù con pochi capisaldi, e uno di questi è stato incentrato sulla simbologia di valori che ruota attorno al 25 Aprile e all'esperienza della Resistenza che, contestualizzata come momento nella  storia, in Italia era iniziata di fatto  l'otto settembre 1943 e culmina appunto con la Liberazione. Quindi una giornata di festa Nazionale, i cortei, le manifestazioni con le bandiere, Bella Ciao, i libri di Fenoglio, i Partigiani e la poesia di Ungaretti dedicata a quanti di loro furono caduti.

Sicuramente una enfasi e una declamazione convincente e coinvolgente, seppur parziale e lacunosa in termini di ricostruzione storica, per un giovane studente di liceo classico durante gli anni '80 attraversati da chi scrive alla ricerca continua di punti di riferimento valoriali.

E tra questi valori, indubbiamente, c'è  la Resistenza; il solo termine, agli occhi di un ragazzo, ha in sé qualcosa di romantico, è evocativo di scelta libera e radicale, di ribellione a qualcosa o qualcuno che cerca di sopraffare. Ma e' anche un termine, per forza di cose, fortemente correlato a una parte politica e utilizzato da essa, comprensibilmente, come una proprietà esclusiva.

Senza qui addentrarci nel significato e nella portata della Resistenza in termini di esperienza storica Italiana, proviamo invece a chiederci:  cosa intendiamo precisamente per Resistenza oggi? E Resistenza verso cosa? E cosa è fascismo e cosa è antifascismo?

Se partiamo dalla definizione di fascismo che dà Pasolini nella sua intervista rilasciata a Massimo Fini per L'Europeo del 26 dicembre 1974, fascismo è quella "prepotenza del potere" che vuole privare con la forza l'uomo e il cittadino di suoi diritti naturali, inviolabili e fondamentali, e agisce con i mezzi subdoli del ricatto, della minaccia e infine della coercizione e della violenza.

L'antifascismo di conseguenza, per essere tale, deve essere una opposizione che resiste a tutto ciò, ma se agisce secondo la stessa logica e con gli stessi metodi e modi finisce per confondersi nel suo opposto.

E allora, dove eravate voi antifascisti custodi unici della democrazia e difensori dei diritti civili quando tra il 2020 e il 2022 in Italia ad opera dei governi allora in essere sono state interrotte le libertà fondamentali?

Dove eravate quando una mattina ci siam svegliati e abbiam trovato un signor Conte quisque de populo con delirio di onnipotenza che con atti amministrativi senza forza di legge presumeva di vietare gli spostamenti da un comune all'altro e financo da una casa all'altra, le passeggiate solitarie all'aria aperta, promulgava chiusure indiscriminate (tranne per i tabaccai) e distribuiva obblighi vari come le inutili maschere?

Mestamente ho visto attorno a me i cantori di Bella Ciao che ogni 25 Aprile festeggiano, dimenticarsi di tutto il loro spirito rivoluzionario e libertario obbedire prontissimi a qualsiasi illogica imposizione, asservendosi.

E dove eravate quando una mattina ci siam svegliati e abbiam trovato Mattarella dichiarare "non si invochi la libertà"...? O quando abbiam trovato Landini il sindacalista operaio a braccetto con Draghi per sostenere la privazione del lavoro per milioni di persone che invece avevano scelto di resistere al ricatto del patentino verde come condicio sine qua non per andare a guadagnarsi il pane?

E ancora dove eravate quando nell'ottobre 2021 il capo di gabinetto della Questura di Trieste Leonardo Boido, offendendo di fatto quella fascia tricolore al petto, prima minacciava e poi con ampi ed ambigui gesti dava ordine di caricare con idranti e manganelli i portuali che avvalendosi del diritto di sciopero e del diritto di assemblea, (articoli 40 e 17 Costituzione Italiana), stavano pacificamente manifestando contro i soprusi del governo Draghi?



Con sconcerto e pena ho visto attorno a me i supposti democratici applaudire, e i supposti cultori della Resistenza e dei suoi valori di giustizia sociale farsi caricatura di se stessi, confondersi e nascondersi quando dalla teoria erano stati loro malgrado chiamati all'attuazione pratica e alla coerenza.

Un nascondiglio assai precario in verità, spesso sintetizzato nella pantomima solidaristica del presunto "bene comune" come principio ispiratore, o nella professione di fede più in voga in quel momento: "io credo nella scienza", per attribuire una veste di oggettività alla narrativa voluta dalla classe dominante e di conseguenza per tacciare sul nascere il dissenso come qualcosa di eretico.

Un appiglio purtroppo per loro molto fragile, sintomo di un approccio dogmatico e ottuso che è l'antitesi stessa della scienza per sua natura sempre aperta alla discussione e al confronto. Non aver compreso questo ha significato essersi adagiati in una fede superstiziosa che è stata scelta di comodo. 

E dove sono adesso gli accaniti difensori arcobalenici delle minoranze o della tutela dei più fragili di fronte a coloro che, o perché ingenui o perché costretti, da Camilla Canepa in poi, sono rimasti vittime o danneggiati dalla inoculazione forzata e si sono poi trovati a muoversi dentro un labirinto di Cnosso costruito artatamente per evitare che si giungesse a qualsiasi forma di imputabilità per i suoi scaltri architetti? Meccanismo questo studiato dal potere e a vantaggio del potere in modo che tutti, dallo Stato e dai capi del governo, ai ministri, alle case farmaceutiche e ai medici vaccinatori / collaboratori risultino in un modo o nell'altro esenti da responsabilità, la quale alla fine va a ricadere beffardamente su chi è stato spinto nel labirinto.

Davanti a questo, i farisei del "bene comune" e della solidarietà oggi non dicono nulla, preferendo l'oblio in attesa che il tempo faccia il suo corso anziché una schietta presa di coscienza e una rielaborazione che possa portare all'attribuzione di giuste responsabilità quantomeno sul piano storico.

E quindi è successo che quando una mattina si e' svegliata questa mia generazione allevata a pane e democrazia, e inaspettatamente, improvvisamente, per la prima volta si è trovata essa di fronte agli abusi macroscopici del potere, dinanzi alla violazione di "libertà fondamentali e di diritti garantiti dalla Costituzione" (cito Giuseppe Dossetti) e ha visto arrivare nelle proprie vite l'ingerenza aggressiva e intimidatoria dello Stato, non ha affatto opposto resistenza ma si è asservita nella peggior maniera, ovvero spacciando la propria scelta pavida e comoda per "senso civico e senso di responsabilità".

Eppure questa chiave interpretativa che vale senza dubbio per i più non mi pare sufficiente invece a spiegare queste reazioni incongruenti nel caso di amici di lungo corso che stimo per intelligenza e qualità morali.

Per chi ha scelto la linea dell'obbedienza in buona fede dev'esserci evidentemente un equivoco di fondo.

L'antifascista militante del 2025 in altre parole dirige la sua attenzione su ciò che Pasolini chiamava già nel 1974 "fascismo archeologico", quindi mira a un obiettivo di fatto inesistente in termini storici, anziché mirare al potere reale.

E' la fiera postura di una sentinella della democrazia che però va a fare la guardia rivolta a un passato ideologico che per forme e metodi è inattuale e inattuabile e non vuole o non sa voltarsi e porsi contro il reale fascismo odierno che, sotto mentite spoglie democratiche, progressiste e liberali, ha nomi e cognomi ben precisi, è il vero fascismo e agisce sostanzialmente indisturbato.

Ne risulta un antifascismo puramente sterile e di maniera che di fatto sostiene e garantisce il fascismo del potere reale e nei casi di più estrema rigidità, per un paradossale scambio di ruoli, "l'anti" finisce per mutarsi nel metodo e nel fine in colui che vorrebbe combattere, tanto da risultarne, negli effetti, indistinguibile.

Eppure per chi ha perso il proprio senso di orientamento sarebbe molto facile ritrovarlo, a condizione di spogliarsi dalle ideologie preconfezionate e volgere lo sguardo aperto nella direzione segnata sulla nostra Carta Costituzionale, meravigliosa figlia della Resistenza partorita nel dolore di quella guerra e inequivocabile nel tracciare la strada:

"TUTTI I CITTADINI HANNO PARI DIGNITÀ SOCIALE E SONO EGUALI DAVANTI ALLA LEGGE, SENZA DISTINZIONE DI SESSO, DI RAZZA, DI LINGUA, DI RELIGIONE, DI OPINIONI POLITICHE E DI CONDIZIONI PERSONALI E SOCIALI".

"E' COMPITO DELLA REPUBBLICA RIMUOVERE GLI OSTACOLI DI ORDINE ECONOMICO E SOCIALE CHE LIMITANDO DI FATTO LA LIBERTÀ E L'EGUAGLIANZA DEI CITTADINI IMPEDISCONO IL PIENO SVILUPPO DELLA PERSONA UMANA E L'EFFETTIVA PARTECIPAZIONE DI TUTTI I LAVORATORI ALL'ORGANIZZAZIONE POLITICA ECONOMICA E SOCIALE DEL PAESE", (Art.3 Costituzione Italiana).


Il 25 Aprile celebrato da queste sentinelle, nascoste o male orientate che siano, diventa solo stucchevole e insignificante retorica, un antifascismo comodo e incoerente di chi appena ieri ha approvato la sospensione dei diritti per i lavoratori e per i cittadini, ha invocato TSO per i renitenti alla "leva vaccinale" ed oggi, sventolando la bandiera della UE, scende in piazza con ardore bellico per il riarmo e per una guerra a oltranza combattuta da altri.


(Questa immagine è stata presa dalla pagina Facebook della rivista LA FIONDA)


L'esempio del partigiano antifascista tanto mitizzato invece insegna tutt'altro. Insegna che ci sono valori non negoziabili, che ci sono ideali primari a difesa dei quali porre l'argine del non transeat. Davanti alla scelta tra il preservare la propria salute e difendere la Libertà il Partigiano ha scelto la seconda opzione perché la Libertà prima che essere un diritto è dovere.

Il Partigiano-simbolo descritto nei romanzi di Beppe Fenoglio va quindi portato oltre il contesto specifico di quel momento della storia Italiana. Egli si fa interprete di valori universali e spiega chiaramente proprio col suo sangue che la Resistenza è il sacrificio dell'opposizione al potere; è quella scelta libera dell'uomo che parteggia e prende parte decidendo di resistere alla sopraffazione da qualsiasi luogo provenga.

E allora l'atto del resistere diventa un valore assoluto dell'uomo svincolato da qualsiasi proprieta' ideologica e da qualsiasi appartenenza politica. E se è vero che il partigiano, in quella fase della storia che va sotto il nome di Resistenza Italiana, ci ha consegnato il dono della Libertà da custodire e tramandare, è anche vero che la Libertà viene prima anche della propria vita, proprio perché si puo', si deve tramandare. Chi ha scelto invece di sfuggire a sacrifici ben più lievi rispetto al sacrificio della vita del Partigiano, chi ha optato per facili scelte di obbedienza condiscendente anziché opporsi e adesso vuol fregiarsi dopo tutto ciò del titolo di sentinella della democrazia non è credibile.

La Resistenza di fatto e per logica non appartiene più a queste persone, qualunque sia stato il motore dietro la loro acquiescenza, semplicemente perché non la hanno dimostrata nella loro esperienza concreta. 

La poesia di Ungaretti in memoria dei caduti della Resistenza in pochi versi condensa tutto questo e nello stesso tempo ammonisce chiunque voglia essere vera sentinella della Libertà.

"Qui 

Vivono per sempre 

Gli occhi che furono chiusi alla luce 

Perché tutti 

Li avessero aperti 

Per sempre 

Alla luce".


Piero Restivo

In foto Giuseppe Dossetti, Padre Costituente.

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