Milano, Piazzale Loreto:
La notte tra il 28 e il 29 Aprile 1945 in questo slargo al centro di Milano i cadaveri di Benito Mussolini, Clara Petacci e altri 18 tra esponenti, funzionari e gerarchi del Partito Nazionale Fascista furono scaricati sul selciato dinanzi un distributore di benzina ESSO, al limitare di Corso Buenos Aires, di fronte al grande magazzino UPIM.
La mattina del 29, domenica, alcuni tra questi cadaveri, dopo l'intervento dei pompieri che allontanarono la folla e con getti d'acqua lavarono i corpi dall'urina e dagli sputi, furono appesi a testa in giù e legati alla pensilina del distributore di benzina, forse per sottrarli a quanti continuavano a farne scempio con disumano accanimento, o forse per una macabra volontà di esporre come trofei i più rappresentativi fra quei cadaveri; ma sicuramente non fu un gesto di umana pietà.
Solo il corpo di Clara Petacci, per metà denudato, ebbe un gesto di riguardo ad opera delle donne presenti sul posto le quali protestarono dinanzi a una scena così lesiva ed indegna e procurarono delle spille da balia per tenere sù la gonna, essendole stata strappata tra l'altro anche la biancheria intima durante i giorni precedenti.
D'Aldronde la pietà era morta, come ebbe a sentenziare Giorgio Amendola, uno dei futuri Padri Costituenti, sulle pagine de "L'Unità" quella stessa mattina del 29 Aprile in un suo editoriale dal titolo appunto "Pietà l'è morta":
"La peste fascista deve essere annientata. Con risolutezza giacobina il coltello deve essere affondato nella piaga, tutto il marcio deve essere tagliato. Non è l'ora questa di abbandonarsi a indulgenze che sarebbero tradimento della causa..."
Romano, classe 1907, l'archetipo di uomo perfetto rapprentante della magia del Gattopardo, ovvero il trasformismo delle classi dirigenti. Capace con disinvoltura di passare da promotore nel marzo del 1944 dell'attentato terroristico in via Rasella a Roma, per poi, nell'ambito della guerra civile nel nord Italia, arrivare a legittimare i bagni di sangue e le esecuzioni sommarie dalle pagine de "L'Unità", e poi giungere a partecipare da deputato all'Assemblea Costituente, e tra il 1945 e il 1946 a ricoprire la carica di sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio sotto i governi Parri e De Gasperi, quindi deputato ed europarlamentare tra le fila del PCI dal 1948 fino alla sua morte, nel 1980.
In buona sostanza quindi, con le parole di Amendola e dei suoi la mattanza era sdoganata, il macello di Piazzale Loreto, o la contemporanea strage di Rovetta con la fucilazione a tradimento di 43 giovanissimi della RSI avvenuta nel bergamasco in quelle stesse tragiche ore, erano solo l'inizio di una scatenata resa dei conti; nei giorni seguenti e ancora in tutto il maggio del '45 le stragi, le vendette private, le esecuzioni sommarie e le rappresaglie con la benedizione dei nuovi dirigenti democratici si moltiplicarono fino a contare, secondo le stime degli storici, circa 40000 vittime civili eliminate a Fascismo già caduto e vinto "con risolutezza giacobina".
I Partigiani combattenti vanno a tal proposito disgiunti da terroristi o assassini gratuiti e dai Partigiani dell'ultimo momento usciti fuori come dal giorno alla notte in quelle ore. E tra i combattenti vanno a loro volta distinti i cattolici e i monarchici o liberali da chi, ed era la maggioranza, intendeva dietro il vessillo della riconquista della libertà, subdolamente instaurare una dittatura comunista internazionale di stampo stalinista affiliata all'Unione Sovietica.
Ma non hanno prevalso.
Le immagini crude di Piazzale Loreto ferme nella Storia, sono arrivate quindi, attraverso i decenni, fino a noi. Sono fissate indelebili nell'immaginario collettivo della Nazione Italiana, sono sui libri, e spesso sono immagini sbandierate a sproposito, come a voler minacciare qualcuno, o con perfidia vengono utilizzate da parte di una minoranza faziosa e disumana che ancora oggi dopo 81 anni, trova nel riproporre quello scempio becera soddisfazione e sadico compiacimento.
Lo stesso Ferruccio Parri, ex partigiano combattente durante la guerra civile e primo Presidente del Consiglio a capo del governo di unità nazionale insediatosi nel 21 giugno 1945, definì in seguito la scena come spettacolo degno di una macelleria messicana, di fatto dissociandosi.
Winston Churchill, il primo ministro Inglese, condannò gli eccessi di Milano giudicandoli politicamente ingenui e controproducenti.
E ancora, Sandro Pertini:
"Io il nemico lo combatto quando è vivo e non quando è morto. Lo combatto quando è in piedi e non quando giace per terra".
Si presentava agli Italiani e al mondo così dunque, con quell'immagine di una barbarie primitiva dei corpi offesi, ormai inermi, appesi all'incontrario e la folla attorno festante in una danza macabra, come in un rito tribale di lontane civiltà neolitiche, la nuova Italia libera e democratica che intendeva così chiudere il capitolo del repressivo e violento ventennio fascista e con quella nemesi senza palingenesi inaugurava la nuova fase contraddistinta dalla Pace e dalla Giustizia.
Si presentava con i cinque cadaveri esposti, oltraggiati e vilipesi di Benito Mussolini, Clara Petacci, Alessandro Pavolini, Nicola Bombacci e Achille Starace. Tutti questi, insieme agli altri che erano rimasti a giacere calpestati sul selciato, sommariamente passati per le armi di nascosto e senza giusto processo, senza resoconti nè documenti ufficiali tanto da non avere certezza storica sui reali decisori ed esecutori materiali delle "condanne a morte".
Secondo molti studi di storici revisionisti emersi a partire dagli anni '90, vi fu una regìa Britannica dietro l'esecuzione di Mussolini, in quanto il Duce era in possesso di carteggi e documenti riservati e delicatissimi, fondamentalmente in grado di compromettere il Primo Ministro Britannico Lord Winston Churchill e il governo Inglese in generale, coinvolto, secondo queste ricerche, in un ambiguo doppio gioco di accordi sotterranei con il governo Italiano sin dalle prime fasi dell'ingresso dell'Italia in guerra nel giugno 1940.
Il carteggio e i documenti che il Duce portava con sè non furono mai ritrovati.
In ogni caso un'analisi onesta di quel sanguinoso e confuso scenario di guerra non può non tener conto che il dittatore ed ex capo del governo Italiano difficilmente avrebbe potuto evitare la sua condanna a morte anche quando fosse stato processato da un Tribunale Internazionale, a causa delle sue responsabilità politiche e storiche agli occhi degli Alleati ormai vincitori del secondo conflitto mondiale.
Ed è anche vero che se la decisione di giustiziarlo sul posto il giorno seguente alla sua cattura avvenuta la mattina del 27 aprile fu in quelle ore dibattuta e non ampiamente condivisa presso i vertici del CLN., secondo la lettura di alcuni storici tra cui Indro Montanelli, per certi versi fu resa necessaria dalla contingenza del momento.
Qui di seguito, un'intervista al grande giornalista e storico fiorentino con il ricordo di quei giorni drammatici e di quelle scene cui assistette personalmente:
Le formazioni partigiane di fatto erano formate da bande irregolari sparse sul territorio, operavano in clandestinità e in condizioni organizzative e logistiche difficili e sia le contrapposte formazioni della RSI che numerose colonne tedesche bene armate, seppur queste ultime sostanzialmente in ritirata dopo l'abbandono della Linea Gotica iniziato il 21 aprile, erano ancora presenti in tutta l'Italia settentrionale.
Nella giornata del 25 aprile, nel corso di una movimentata riunione in Arcivescovado a Milano, i capi del CLNAI avevano già respinto la possibilità di trattative con il Duce patrocinate dall'Arcivescovo Cardinale Ildefonso Schuster, e rifiutato la richiesta di Mussolini stesso di ottenere un salvacondotto per la Svizzera o di potersi consegnare agli Alleati così come era d'altronde previsto nelle clausole dell'Armistizio di Cassibile.
Qui di seguito, in una intervista rilasciata a Enzo Biagi, Sandro Pertini ormai Presidente della Repubblica Italiana, racconta quei momenti ed il suo incontro con il Duce all'Arcivescovado di Milano il pomeriggio del 25 aprile 1945:
Sotto invece l'ultima fotografia scattata a Mussolini nel momento della partenza dalla Prefettura di Milano la mattina del 26 aprile quando insieme a buona parte del governo della RSI lasciò Milano al seguito di una colonna delle Schutzstaffel (SS) della Wehrmacht agli ordini del Tenente Fritz Birzer visibile sulla sinistra.
L' autocolonna, che lungo il suo percorso verso nord si era frattanto unita ad un reparto tedesco di artiglieria contraerea in ritirata, venne individuata e fermata per mano della 52' Brigata Garibaldi "Luigi Clerici" sulle sponde occidentali del Lago di Como tra Musso e Dongo mentre si dirigeva presumibilmente verso il confine con la Svizzera; dopo un iniziale scontro a fuoco e diverse ore di trattative, i militari tedeschi decisero di abbandonare gli Italiani in cambio del libero transito.
Ciò che realmente avvenne in quei frangenti e in particolare su chi e come scoprì la presenza di Mussolini tra i soldati, e come avvenne di fatto la cattura non è stato mai esattamente chiarito, a causa delle molteplici versioni, spesso contraddittorie tra loro, divulgate negli anni dai vari Partigiani e dalla regia del Partito Comunista Italiano, impegnatisi probabilmente più nella creazione di una romantica mitopoiesi che nella divulgazione dei fatti reali.
È certo pero, che già da pochi giorni dopo i fatti di Dongo, inizia una serie di sparizioni e di uccisioni tra i Partigiani che presero parte a quell'operazione, tra questi Luigi Canali "Neri", sparito nel nulla il 7 maggio 1945, e Giuseppina Tuissi "Gianna", che aveva sorvegliato Clara Petacci durante i due giorni del sequestro. La ragazza, nativa di Abbiategrasso, fu buttata probabilmente nel lago il 23 giugno seguente, giorno del suo ventiduesimo compleanno. Entrambi i loro corpi non furono mai ritrovati e sul finire degli anni '50 gli imputati, ormai onorevoli parlamentari, furono prosciolti e il processo a Padova prima rinviato in seguito al suicidio di uno dei testimoni chiave, poi definitivamente archiviato per raggiunti termini di prescrizione.
[ Fonte: Atti Parlamentari della Camera dei Deputati, relazione per le autorizzazioni a procedere nei confronti del Deputato PCI Dante Gorreri.
Ma comunque siano andati i fatti, a quel punto la gestione di Mussolini come prigioniero politico sarebbe stata per i Partigiani assai rischiosa e militarmente complessa, per cui risulta per certi versi comprensibile come in quel contesto di guerra civile si sia optato per una sbrigativa esecuzione sommaria.
La maggior parte della storiografia concorda sul fatto che questa infine fu eseguita a Giulino di Mezzegra, frazione di Tremezzina in provincia di Como, presso i cancelli di Villa Belmonte lungo via XXIV maggio il pomeriggio del 28 aprile tra le ore 14.00 e le ore 16.00, e anche in questo caso non si conosce la dinamica esatta nè i reali esecutori materiali della condanna a morte.
Ma se si può in un certo modo spiegare e capire, pur senza giustificarla, l'esecuzione sommaria di Mussolini, risulta assai più arduo trovare valide spiegazioni, se non quella della sanguinosa vendetta o del gratuito assassinio, alla fucilazione di personaggi e gerarchi che sì ebbero cariche, ruoli e responsabilità, ma pur sempre di minor rilevanza rispetto al Duce, o addirittura nessuna responsabilità nè politica nè militare.
Tra questi sono da ricordare Nicola Bombacci per esempio, uno dei fondatori del Partito Comunista Italiano, poi avvicinatosi alla RSI, che mai si era macchiato di crimini, o Achille Starace, Segretario del PNF, o Paolo Zerbino, ministro dell' interno, Idreno Utimpergher, il federale di Lucca, e Fernando Mezzasoma, giornalista e Ministro della Cultura Popolare; Marcello Petacci, medico chirurgo fratello di Clara, che fu mitragliato in acqua mentre tentava di salvarsi a nuoto,e il cui corpo non è mai stato ritrovato.
E ancora il pluridecorato e Medaglia d'oro al valor militare Colonnello Francesco Barracu, reduce della 1' Guerra Mondiale; Tenente Carlo Borsani, anch'egli MOVM e cieco per ferita di guerra, quindi Presidente dell'associazione mutilati ed invalidi di guerra. Giustiziato in ginocchio con uno sparo alla nuca da una banda di Partigiani comunisti in Piazzale Susa, il suo corpo venne portato in trionfo su un carretto dell'immondizia, il suo portafogli e la sua medaglia d'oro non più ritrovati.
E il pluridecorato Capitano pilota della Regia Aeronautica Pietro Calistri.
Tutti loro, compresi gli eroi di guerra ad eccezione di Carlo Borsani ucciso la mattina seguente, furono assassinati per fucilazione alla schiena in segno di spregio come "traditori della Patria" sul lungolago di Dongo, il pomeriggio del 28 aprile, da un plotone di esecuzione comandato dal partigiano Alfredo Mordini "Riccardo".
I gerarchi del Nazismo tedesco, macchiatisi di deportazioni di massa, di sterminio, e sovente di condotte estranee a qualsiasi codice di guerra, ebbero maggior rispetto dei combattenti Italiani e quantomeno furono giudicati in un processo pubblico da un Tribunale Militare Internazionale in quello che è passato alla storia come Processo di Norimberga.
Un discorso a parte vale invece per Clara Petacci, la cui figura e la cui vita verranno approfondite in un separato articolo a Lei dedicato.
Secondo le dichiarazioni rilasciate negli anni dai Partigiani e dai testimoni presenti, la donna rifiutò di allontanarsi di fronte agli uomini che stavano per sparare, andò con sprezzo incontro alla morte e scelse deliberatamente di rimanere accanto a Mussolini, frapponendosi con il suo stesso corpo nel momento della fucilazione tramite mitragliatrice. Cadde quindi insieme a lui con una scelta estrema di coerenza, dignità e coraggio. Aveva 33 anni.
L'esposizione al pubblico ludibrio del suo cadavere a Piazzale Loreto senza la biancheria intima, oltre che lesiva della dignità della persona umana e del corpo femminile, lascia verosimilmente presupporre che durante i due giorni della detenzione sia stata sottoposta a violenze.
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Se il Fascismo come esperienza istituzionale e politica di fatto si era chiuso con la caduta del governo il 25 luglio 1943, quando Vittorio Emanuele III aveva revocato Mussolini da capo del governo, firmato i decreti che sciolsero il PNF, sciolto il Gran Consiglio, la Milizia e tutte le organizzazioni del regime e aveva poi avviato con il Governo Badoglio le trattative armistiziali, Piazzale Loreto ne segnava la fine simbolica e con funerea teatralità poneva l'inequivocabile sigillo della Storia su di esso e su quell'uomo chiamato Duce che ne era stato l'irripetibile personificazione.
La volontà politica dei dirigenti del CLN fu quindi quella di aprire una fase nuova, o nel provare ad aprirla, con dei presupposti però speculari al fascismo stesso cui si erano contrapposti, e quei presupposti a ben guardare sono già evidenti nel cerimoniale di Piazzale Loreto.
Osservando inoltre con uno schietto senno di poi i risultati affiorati nel nostro presente tessuto sociale, noi che siamo i posteri di quella generazione, vediamo come nonostante la fine del Duce e del fascismo sia passata attraverso una così rituale rappresentazione simbolica e collettiva, il suo antagonista e contrario, per assurdo, sia ancora presente fra noi, ma stavolta in forma di parodia.
Esso oggi si incarna non più nei Partigiani combattenti ma nei suoi improbabili epigoni: gli antifascisti da divano, e occasionalmente un paio di volte l'anno da corteo; residuati forse non casuali della Storia.
L'odio di Piazzale Loreto in altri termini, attraverso la sua acme degli anni '70, giunge rancoroso e divisivo fino a noi Italiani del secondo millennio inoltrato e ancora ogni 25 aprile divide il riflesso di quelle due Italie di allora con un ottuso fossato ideologico che impedisce di rendere onore, dignità e memoria ai vinti, intesi come i fascisti e i repubblichini nel loro insieme, i quali hanno dato la vita, al pari dei Partigiani combattenti, per una loro idea di Italia e un loro legittimo ideale.
Chi si può fregiare con giusto orgoglio del titolo di antifascista è solo chi, durante il ventennio vi si è opposto, non ha collaborato, ha pagato con il carcere, con le persecuzioni, con l'esilio, e in alcuni casi con la vita la propria Resistenza.
In queste parole che seguono di Marcello Veneziani quindi sono racchiusi i presupposti di una reale riappacificazione che non potrà mai esserci senza un reciproco riconoscimento e un reciproco rispetto tra le idee in un mondo attuale in cui i Partigiani e i Repubblichini sono ormai figure impensabili e irripetibili per le loro passioni politiche, i loro valori e la loro valenza di uomini:
"Non vanno dimenticati gli Italiani che restarono fascisti fino alla fine, combatterono, morirono senza macchiarsi di alcuna ferocia, pagarono di persona la loro lealtà, la loro fedeltà a un'idea, a uno Stato e ad una Nazione. Sia tra gli antifascisti che tra i fascisti vi furono patrioti e mazziniani che pensarono, credettero e combatterono nel nome della Patria.
L'antifascismo fu una pagina di dignità, fierezza e libertà fin quando il fascismo era imperante; ma non lo fu altrettanto l'antifascismo a babbo morto, cioè a fascismo sconfitto e concluso. Era coraggioso opporsi al regime fascista, non giurargli fedeltà, ma fu carognesco sputare sul suo cadavere e oltraggiarlo. E infame è farlo ancora oggi 74 anni dopo.
Distinguiamo perciò tra gli antifascisti che rifiutarono di aderire al regime pagandone le conseguenze, e gli antifascisti del 25 aprile da corteo postumo e permanente".
Marcello Veneziani, da un articolo su "La Verità" del 24 aprile 2019.
Oggi il 25 Aprile Italiano non è ancora una festa di unità nazionale nè per gli Italiani ma è una celebrazione di una parte contro un'altra, la quale seppur sepolta dalla Storia, viene continuamente riesumata a uso e consumo dell'altra, e mai questa parte contro ha avuto sinceri intenti riappacificatori. Viene anzi costantemente rinfocolata l'intolleranza e una contrapposizione manichea secondo banali generalizzazioni e rigide categorie bene-male.
Chi non si professa antifascista diventa, secondo questo fallace sillogismo, automaticamente fascista, quindi nemico da schernire e mettere al bando e, nei casi di più sfrenata fantasia, soggetto che pensa e agisce al di fuori dei principi costituzionali.
E tutto questo radicale fondamentalismo ideologico per ulteriore paradosso si è fatto spazio in quella parte di società civile nominalmente democratica e progressista, egualitaria, no-borders, inclusiva e global-accogliente.
Piazzale Loreto in conclusione non è stato solo il luogo della bancarella di una ipotetica, esecrabile macelleria messicana per tanatofilici, ma fissa uno snodo, funge da antenna-ripetitore di onde divisive nel tempo, diventa e rimane costante paradigma carico di simbolismi.
Il simbolismo in fondo già da subito in quello stesso luogo era stato cercato quando, su ordine dei tedeschi il 10 agosto 1944, 15 Partigiani erano stati fucilati ed i loro corpi barbaramente esposti e lasciati a marcire per giorni come monito alla popolazione.
E a sua volta una ritorsione carica di simbolismi fu la decisione dei capi politici della Resistenza di andare a esporre il cadavere umiliato del Fascismo sconfitto ancora in quello stesso luogo otto mesi dopo in quella primavera 1945.
Chi quindi al CLNAI diede ordine di portare i resti mortali di Clara Petacci e dei gerarchi in quella stessa piazza la sera del 28 aprile 1945 intendeva certamente chiudere un cerchio, saldare i conti, consumare una vendetta e aprire formalmente un ciclo nuovo, ma questo "nuovo" nasceva assai somigliante al vecchio, ovvero già dal suo battesimo del sangue con un marchio di infamia che era intrinsicamente inconciliabile con i valori di una incipiente democrazia.
Su quello stesso solco iniziale infatti, per una sorta di ritorsione punitiva del destino, o di Dantesco supplizio del contrappasso per analogia, sarebbe poi andata avanti l'allora nascente Repubblica Italiana nei successivi 80 anni: uomini e donne dello Stato assassinati per la strada, stragi impunite, amnistie, esecuzioni sommarie, la giustizia ingiusta dei tutti assolti dopo decennali processi farseschi, gli abusi, le prevaricazioni, le coperture di comodo, le menzogne dai più alti vertici dello Stato, la violenza di fatto legalizzata.
E allora, sotto questa luce postera, Piazzale Loreto è contemporaneamente l'evento spartiacque del nostro novecento e il primo atto di esordio della nuova Italia liberata del dopoguerra.
Se da un lato quell'immagine reale e simbolica insieme dei corpi appesi alla pensilina segna cioè la sepoltura di un'epoca politica e storica, allo stesso tempo rappresenta l'inaugurazione e l'epitome della Repubblica, dove tutto il suo futuro destino in fondo era già racchiuso in nuce.
Nel luogo esatto dove nel 1945 c'era il distributore di benzina teatro della nostra macelleria messicana, oggi nel 2026 c'è il MacDonald Piazzale Loreto.
Piero Restivo
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Allegati:
•Dal Portale storico della Presidenza della Repubblica:
Un minuto di storia, di Gianni Bisiach del 26 aprile 2010
•La Battaglia di Lombardia, di Gianni Bisiach: Sandro Pertini e Monsignor Bicchierai raccontano l'incontro all'Arcivescovado tra i vertici del CLN ed il Cardinale Schuster
•Intervista del febbraio 2012 al partigiano Osvaldo Gobbetti, nativo di Dongo e testimone oculare della fucilazione dei gerarchi sul lungolago.
(Ipotesi Luigi Longo come esecutore della fucilazione).









